Il sogno proibito degli italiani consacrato da James Bond

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La moto Guzzi è femmina o maschio? Claudio Villa optava per il carattere macho delle sue rombanti Le Mans 850: «Non ha nulla da invidiare all’ aggressiva Triumph di Marlon Brando, nel “Selvaggio”». Girava per Roma e suburra con una tuta nera integrale di pelle e un casco, per quegli anni, davvero spaziale. Diceva, il Reuccio, che in sella alla Guzzi poteva dar sfogo all’ ossessione della della potenza. Un giorno arrivò nelle Marche e chiese a un ragazzino: «A moré, ‘ndo devo anna’ pè Osimo?». «Ci sei sopra, King», gli risposero. L’ avevano riconosciuto per la moto Guzzi, fotografata nel manifesto del concerto. Per anni, anzi, per decenni, la Guzzi fu il sogno proibito di generazioni e generazioni di italiani. Almeno così mi disse molti anni fa un artigiano milanese che le restaurava, un mago. Si chiamava Libero Galanti, si trasferì dalle parti di Belgioioso, vicino a Pavia, dove allargò l’ officina: «Conosco gente che farebbe qualsiasi sacrificio pur di realizzare il sogno della loro giovinezza. Vorrebbero le vecchie moto degli anni Trenta, oppure i Falcone 500 degli anni Cinquanta, e persino c’ è chi mi chiede il Guzzi Sport degli anni Venti. Le Guzzi, rosse e cromate, erano moto di ricchi: vincevano tutte le gare, l’ aveva Tazio Nuvolari». Galanti, dicevano gli aficionados, era il Nuvolari del restauro. Lui raccontava che la prima Motoguzzi, una monocilindrica da 500cc, era nata nello scantinato di casa Guzzi, con l’ aiuto del fabbro di Mandello: una sigla per nome, G.P., le iniziali dei due soci (Carlo Guzzi e l’ armatore genovese Emanuele Vittorio Parodi) che fondarono la casa motociclistica il 15 marzo del 1921. Galanti aveva il primo modello commercializzato, una «Normale» che erogava 8 cavalli di potenza, filava a 80 all’ ora e percorreva 30 chilometri con un litro. Ne aveva una sessantina, di moto Guzzi d’ epoca, ma non le mollava: chiedere a Renato Pozzetto che le colleziona, il pezzo forte è un Galletto. Ci fu poi il Sessantotto delle moto: con l’ avvento delle «giapponesi», la Moto Guzzi scese di qualche punto. Ma fu per poco: già c’ erano le V7 e le V7 Sport, leggendarie per la tenuta di strada e per la linea che noi pensavamo fosse americana, mentre gli americani, a cui piacque molto, pensavano che fosse italian style (chi dimentica la Special, o la California? Chidetelo a Mike Bongiorno…) In fondo, il Guzzone ci sembrava una Harley Davidson nostrana. La consacrazione fu il film di James Bond “Agente 007, una cascata di diamanti”, Sean Connery sulla Moto Guzzi rendeva giustizia al dissacrante vigile interpretato da Alberto Sordi, con quel suo casco a parabola larga che gli copriva la zucca, «sono il padre dell’ eroico bambino!», si presentava Otello Colletti, il bambino gli curava la manutenzione della moto, che figurone quando Otello il vigile sfilava davanti a casa, che figurone quando multa chi sgarra, anche il sindaco Vittorio De Sica. C’ era anche Lucio Battisti che cantava “Motocicletta 10 Hp”. Il giorno che si seppe della morte di Battisti un tale William di 29 anni mandò dalla Svezia una piccola dedica, «è sempre stata la mia canzone preferita, mi fa ricordare i tempi in Italia quando ero un poeta e un cavaliere su un moto Guzzi, libero come il vento e sempre felice e bello come il fiore»… «E’ il mio unico amico», diceva il grande e sulfureo Antonio Ligabue. Ne ebbe sedici, di Moto Guzzi. Sfrecciava lungo gli argini del Po come un forsennato, sulle spalle legava i quadri che andava in giro a cercare di vendere. Più sovente, li barattava: il Falcone rosso che campeggiava nella mostra dell’ anno scorso (centenario della nascita) glielo dette il padre dell’ ex ministro Vito Gnutti. Era con quello che correva dietro alle donne. Ogni volta che ne incontrava una, gridava: «Dam un bès», dammi un bacio. E loro: piuttosto che a te, lo diamo al tuo Guzzi.

LEONARDO COEN – Repubblica del 14/03/2001

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